Questa grande salvezza/I frutti della giustificazione (I)

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English: This Great Salvation/The Fruits of Justification (I)

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Di Robin Boisvert su Vangelo
Capitolo 8 del libro Questa grande salvezza

Traduzione di Porzia Persio

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Avete mai notato come pochi libri cristiani abbiano copertine accattivanti? Be’, ce n’è qualcuno naturalmente, come A Time for Anger (Il tempo dell’ira) di Franky Schaeffer, che riporta il dipinto di Pieter Brueghel “La parabola dei ciechi”. Mi aveva colpito a tal punto che ne ho cercato una stampa e l’ho poi incorniciata per il mio studio.

E ci sono altre incantevoli illustrazioni sulle copertine delle Cronache di Narnia di C.S.Lewis che sembrano trasportarvi proprio in un altro luogo.

Una delle copertine più affascinanti che abbia mai visto è apparsa su una serie di tascabili. Questa illustrazione mostra un uomo sconsolato che guarda con occhi vacui fuori dalla finestra sbarrata della cella di una prigione. Se osservate bene, noterete che dietro di lui la porta della cella è socchiusa, ma egli non sembra accorgersene. Se soltanto si girasse, vedrebbe la possibilità di andarsene via libero. Eppure resta prigioniero della propria ignoranza.

Il punto è ben chiaro. Molti cristiani, anzi la maggioranza di essi, sono come quell’uomo, tragicamente inconsapevoli della libertà e dei privilegi che appartengono loro grazie al vangelo di Gesù Cristo. Sono santi invano prigionieri.

Cambiando leggermente prospettiva, molti schiavi continuarono a vivere come sempre, persino dopo il Proclama di emancipazione. Alcuni furono tenuti all’oscuro delle mutate circostanze; altri, pur consapevoli della propria libertà, non lasciarono mai le piantagioni per paura. La libertà richiede coraggio e porta con sé grande responsabilità.

Sembrerebbe che il vangelo abbia cambiato ben poco nella vita di innumerevoli cristiani. Malgrado siano in verità giustificati e liberati dalla sentenza di condanna, pare che gli stessi problemi li tormentino ancora. Gli stessi timori, abitudini, dubbi che caratterizzavano la loro vita prima che si affidassero a Cristo continuano a dominarli.

Perché? Penso che il solo principale motivo sia l’ignoranza. Per non pochi di loro la Bibbia è ancora un libro chiuso. Sembra non abbiano capito il fatto che una magnifica eredità sia in serbo per coloro giustificati da Dio.

Una maggior conoscenza della Parola di Dio è di vitale importanza. Nel leggere, mandare a memoria e meditare sulle sacre Scritture, comincerete a gustare la meravigliosa offerta di Dio. I due capitoli finali di questo libro esamineranno i frutti della nostra giustificazione, la nostra eredità in Cristo. Qualsiasi dubbio aleggi nella vostra mente riguardo agli scopi e alla provvidenza di Dio dovrebbero svanire, mentre passeremo in rassegna i benefici di questa eccezionale grande salvezza.

Abbandonare lo scranno

Le immagini sulla dottrina della giustificazione giungono direttamente dai tribunali, come abbiamo visto nel capitolo precedente. Dio, il Legislatore e il Giudice di tutti noi sulla terra, ha emesso una sentenza che assolve il peccatore condannato da tutte le colpe. La giustificazione ci dà uno status completamente nuovo dinnanzi a Dio, e ci discolpa da tutti i peccati e i castighi a essi associati. Nonostante fossimo condannati in attesa dell’inevitabile condanna a morte, il Giudice ci ha perdonati e ha strappato la nostra fedina penale. Per quanto ciò sia meraviglioso, vi è un altro aspetto della giustificazione ancor più notevole.

Sono stato in diverse aule di tribunale, e non sono luoghi ameni. Non ci si può sentire a proprio agio. Sarebbe fuori luogo ridere rumorosamente o appoggiare i piedi sul tavolo. A nessuno viene in mente dopo il processo di invitare il giudice a prendere un gelato o a fare un tiro di pallacanestro. Si deve mantenere un certo qual decoro, formale e che mette in soggezione, ed è così che si intende. Questo è ancor più vero alla presenza del Giudice sovrano.

Vi è tuttavia un’enorme differenza fra il tribunale celeste e la sua controparte terrena. Perché dopo aver decretato la nostra libertà da ogni accusa e condanna, Dio sceglie di non ritirarsi cerimoniosamente nelle proprie stanze, come ci si aspetterebbe. Invece egli non rispetta il protocollo e abbandona lo scranno, prendendoci tra le sue braccia e portandoci dal tribunale alla sua casa.

Avere Dio come nostro Padre è in verità meraviglioso. Le Scritture dicono con chiarezza che siamo legalmente e intimamente affini a Dio. E non soltanto questo, essere i suoi figli porta con sé certi privilegi. Paolo ne parla in questo modo: “Lo Spirito stesso rende testimonianza al nostro spirito che noi siamo figli di Dio. e se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo” (Romani 8,16-17). Pur essendo la giustificazione un dono gratuito per noi, essa costa al Padre il Figlio. Essa costa al Figlio la sua vita. E ci costerà il nostro orgoglio, poiché l’unico modo per ricevere questo dono è giungere al cospetto di Dio in umiltà e fede penitente.

Tutto quel che conta

Figli di Dio. Eredi di Dio. Coeredi di Cristo. Che significa tutto ciò? Mettiamo bene in chiaro un fatto fondamentale. Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, è il vero e legale erede. Qualsiasi coeredità abbiamo è nostra soltanto perché noi siamo “in Cristo” (Efesini 2,7). Per di più Cristo stesso incarna tale eredità. Egli è la nostra pace, egli è la nostra giustizia, la nostra speranza, la nostra santificazione e redenzione. In lui si celano tutti i tesori di sapienza e conoscenza. Egli è la resurrezione e la vita. Ciò che di più grande riceveremo mai da Dio è Gesù stesso.

È anche importante capire che la salvezza non giunge da una dottrina, bensì tramite una Persona. non siamo salvati dalla giustificazione, bensì da Gesù. Quando ci prendiamo il tempo di studiare la Parola di Dio, corriamo il rischio di diventare esperti nella dottrina, seppure incompetenti nella vera conoscenza di nostro Signore. E conoscerlo è tutto quel che conta.

Un amico mi ha raccontato il seguente aneddoto su Scott McGregor, devoto cristiano e grande lanciatore mancino per i Baltimore Orioles negli anni Settanta e Ottanta. Un giorno, a un punto cruciale durante una partita, Scott si trovò a dover affrontare un pericoloso battitore con giocatori pronti a segnare. Mentre esaminava la situazione e rifletteva sul da farsi, una spettatrice impaziente, seduta proprio dietro la panchina degli Orioles, si mise a urlare: “E lancia quella palla, Cristo!”.

Non è inusuale sentir pronunziare invano il nome del Signore durante le partite di baseball. In quell’occasione però, McGregor ne fu così scosso che quasi perse la concentrazione. Si riprese comunque riuscendo a fare il lancio giusto e a concludere la ripresa. Poi fece qualcosa di completamente inaspettato, qualcosa che i giocatori di solito non fanno. Tornando alla panchina, si rivolse alla donna e le parlò. Con tono gentile, seppur turbato, colmo di pena per lei e per il suo Signore, le disse: “Signora, se Lo conoscesse davvero, non pronuncerebbe mai il suo nome in questo modo”. McGregor dimostra che la Cristianità è ben più che non una verità a cui credere, ma è bensì una vita da vivere e, soprattutto, un Signore da amare.

Nel riflettere su qualcosa di così immenso e meraviglioso come l’eredità che abbiamo in Cristo, descritta da Paolo come “L’incomparabile ricchezza della sua grazia” (Efesini 2,7), è difficile sapere da dove iniziare. È interessante come anche Paolo abbia un problema simile. Nella sua lettera agli Efesini si fa trascinare dalle sconvolgenti implicazioni della giustificazione. Nel primo capitolo, nel tentare di narrare tutto ciò che Dio ha fatto e fa, comincia una frase nel versetto 3 che non si conclude se non undici versetti dopo. Può non risultare grammaticalmente perfetta, ma il suo cuore traboccante porta testimonianza dell’imperscrutabile grazia di Dio.

Il seguente passaggio dall’epistola di Paolo ai Romani ci dà un ottimo inizio: “Giustificati dunque per fede abbiamo pace presso Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, per mezzo del quale abbiamo anche avuto, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo saldi e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio” (Romani 5,1-2). John Stott spiega il significato di tale passaggio:

I primi capitoli di [Romani] sono dedicati al bisogno e alla via della giustificazione. Si preoccupano di rendere chiaro che tutti gli uomini sono peccatori sotto il giusto giudizio di Dio e possono essere giustificati unicamente per mezzo della redenzione che è in Gesù Cristo, per grazia solamente, per mezzo della fede solamente. A questo punto, stabilito il bisogno e illustrata la via della giustificazione, Paolo prosegue descrivendone i frutti, i risultati della giustificazione in una vita di filiazione e obbedienza sulla terra e in un glorioso aldilà nei cieli (il corsivo è mio). [3]

Questo capitolo riguarderà tre tra i frutti della giustificazione: la pace con Dio (riconciliazione), il perdono dei peccati e il processo di santificazione. Nel capitolo finale di questo libro esamineremo la nostra adozione in Cristo così come la nostra speranza nella gloria a venire.

La pace con Dio

La pace con Dio sta alla base di qualsiasi altra cosa riceviamo in Cristo. È quel dono che mette tutte le altre benedizioni in prospettiva. “Lo scopo principale del vangelo cristiano non è di impartirci benedizioni”, scrive D. Martyn Lloyd-Jones, “Il suo scopo principale è di riconciliarci con Dio”. [4] Essere in pace con Dio significa trovarci in uno stato di riconciliazione con lui. La dichiarazione di giustificazione ha rimosso tutti gli ostacoli tra Dio e l’uomo. Se c’è sicuramente una pace soggettiva di Dio (cioè che si possa sentire), quel che Paolo intende in Romani 5,1 è il fatto oggettivo che il vangelo ha rimosso tutto ciò che ci divideva da Dio.

Riconciliare significa riportare insieme coloro che erano stati separati da ostilità. Un esempio perfetto di tale significato si trova nel discorso di Stefano al Sinedrio, allorché racconta un avvenimento dalla vita di Mosè: “Il giorno seguente Mosè s’imbatté in due israeliti che litigavano. Egli tentò di riconciliarli dicendo: ‘Uomini, voi siete fratelli; perché volete farvi torto l’un l’altro?’” (Atti degli Apostoli 7,26). La Bibbia nella versione di re Giacomo traduce “riconciliare” in questo contesto come “riappacificare”. La parola greca qui usata è la forma verbale della parola normalmente tradotta come “pace”. La cosa importante che dobbiamo ricordare è che ora, dal punto di vista di Dio, non vi è più ostilità tra Dio e coloro che sono giustificati. La sua ira e collera contro il peccato vennero giustamente espresse e pienamente soddisfatte presso la Croce. La battaglia è finita. Si è conclusa la pace.

Non soltanto si è risolto il conflitto, ma ogni implicazione legale risultante dalle precedenti ostilità è stata cancellata, per mai più riapparire: “Ora dunque non vi è più alcuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù… Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica” (Romani 8,1-33). Se il più alto tribunale nell’universo ci ha dichiarati giustificati, non c’è accusa che possa tenere.

Siate consapevoli del fatto che la frase “senza condanna” non significa “senza accusa”. Ne abbiamo discusso nel primo capitolo. Il nemico della nostra anima continua il suo sporco lavoro di gettar fango e lanciare strali, e spesso succede che confondiamo erroneamente i doni divini di convinzione e correzione con la denuncia del diavolo. Ma il fatto che Gesù abbia preso il nostro posto significa che non dovremo mai affrontare la condanna del giudizio finale. “Chi è colui che li condannerà? Cristo è colui che è morto, e inoltre è anche risuscitato; egli è alla destra di Dio, e anche intercede per noi” (Romani 8,34). Il solo e Unico autorizzato a condannarci per l’eternità ha invece sentenziato in nostro favore.

Sapere che siamo in pace con Dio acquieta la nostra mente. Ci rende in grado di superare crucci e paure. Anche se il mondo intero è contro di noi, noi siamo sicuri in Cristo. “Non temete coloro che uccidono il corpo, ma dopo questo non possono far niente di più”, spiegò Gesù ai suoi discepoli, destinati ad affrontare una feroce opposizione, “Io vi mostrerò chi dovete temere: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna” (Luca 12,4-5).

Dio, l’Unico degno del nostro timore, ha iniziato un patto eterno di pace con noi. Per il cristiano che ha riconosciuto tale verità persino il timore della morte è sconfitto, poiché la minaccia del giudizio non esiste più.

Il perdono dei peccati

Strettamente collegato alla riconciliazione e alla pace con Dio è il perdono dei peccati. Sto forse reagendo con troppa veemenza, ma mi sembra che tale preziosa verità corra il pericolo di venir disprezzata. Quando la gente si lamenta dicendo: “So di essere perdonato, eppure…”, non posso fare a meno di pensare: voi non sapete di essere perdonati! Se davvero capiste il perdono, questo problema non vi sembrerebbe neanche lontanamente tale. Come Lloyd-Jones vuol dire con la sua affermazione riportata più sopra, il più grande bisogno dell’uomo è il perdono. E se Dio ci ha perdonati, ogni altro problema deve sembrarci meno grave al confronto.

È raro al giorno d’oggi sentire i cristiani rallegrarsi dell’essere perdonati da Dio. Ciò è comprensibile in una cultura che considera la mancanza di autostima un problema peggiore dell’alienazione da Dio. Tuttavia la nostra consapevolezza del perdono influisce direttamente sul nostro affetto verso Dio. Era questo il succo della risposta di nostro Signore al borioso Simone il Fariseo. “Colui a cui poco è perdonato, poco ama”, gli disse Gesù (Luca 7,47). Al contrario, coloro a cui molto è stato perdonato – o almeno che capiscono quanto sia stato loro perdonato – amano molto. Ciascuno di noi dovrebbe rientrare in quella categoria.


Riflettete sulle seguenti affermazioni:

La storia che segue, narrata da Becky Pippert nel suo libro Hope Has Its Reasons (La speranza ha le proprie ragioni), ci mostra il potere del perdono nella vita di una donna. Val la pena citarla per intero:

“Alcuni anni fa, dopo aver tenuto un discorso a una conferenza, una gentile giovane donna mi si avvicinò. Voleva chiaramente parlarmi e quando mi voltai verso di lei, vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime. La portai in una stanza per poter parlarle in privato; guardandola, capii che era un’anima sensibile, ma tormentata. Singhiozzando mi raccontò la sua storia:

Anni prima, lei e il suo fidanzato (con cui si era poi sposata) erano giovani collaboratori presso una grande chiesa conservatrice. Erano una coppia molto nota che aveva uno straordinario ascendente sugli altri giovani. Tutti li stimavano e ammiravano moltissimo. Alcuni mesi prima di sposarsi, cominciarono ad avere rapporti sessuali. Ciò li affliggeva di sensi di colpa e li faceva sentire ipocriti, e in seguito la giovane scoprì di essere incinta. ‘Non può immaginare quali conseguenze avrebbe avuto confessare tutto alla nostra chiesa’, mi disse. ‘Confessare di predicare una cosa e viverne però un’altra sarebbe stato impensabile. La congregazione era davvero conservatrice e non era mai stata coinvolta in scandali. Sentivamo che loro non sarebbero stati in grado di gestire la situazione, e noi non avremmo retto all’umiliazione.

Così prendemmo la più terribile decisione che mai abbia preso. Abortii. Il giorno del mio matrimonio fu il peggiore di tutta la mia vita. La gente in chiesa mi sorrideva, vedendomi come una sposa raggiante d’innocenza. Ma sa che cosa mi passava per la testa mentre andavo all’altare? Tutto quel che riuscivo a pensare era ‘Sei un’assassina. Eri così orgogliosa da non poter sopportare la vergogna e l’umiliazione di venir additata per quella che sei. Ma io so chi sei e così lo sa Dio. Hai ucciso un bambino innocente’.

Singhiozzava così disperata da non riuscire quasi a parlare. Mentre l’abbracciavo, un pensiero sorse con potenza nella mia mente. Ero però timorosa di esprimerlo, sapevo che, se non mi fosse venuto da Dio, sarebbe potuto essere distruttivo. Così pregai in silenzio per ottenere la saggezza necessaria ad aiutare la donna.

Lei proseguì: ‘Proprio non riesco a credere di aver commesso qualcosa di così orribile. Come ho potuto soffocare una vita innocente? Com’è possibile che sia arrivata a tanto? Amo mio marito, abbiamo quattro splendidi bambini. So che la Bibbia dice che Dio ci perdona tutti i nostri peccati. Ma io non riesco a perdonarmi! Ho confessato questo peccato migliaia di volte e provo ancora tanta vergogna e dolore. Il pensiero che più mi tormenta è come ho potuto uccidere un innocente?’

Presi un gran respiro e le dissi quel che pensavo. ‘Non so perché Lei sia così stupita. Non è la prima volta che il suo peccato ha condotto alla morte, bensì la seconda’. La donna mi guardò sbigottita. ‘Mia cara amica’, continuai, ‘quando si guarda la Croce, tutti noi siamo crocifissori. religiosi o non religiosi, buoni o cattivi, chi ha abortito e chi non lo ha fatto, tutti noi siamo responsabili per la morte del solo innocente che mai sia vissuto. Gesù morì per tutti i nostri peccati – passati, presenti e futuri. Pensa forse che ci siano suoi peccati per i quali Gesù non abbia dovuto morire? Proprio quel peccato d’orgoglio che l’ha portata a uccidere suo figlio è lo stesso che ha ucciso Cristo. Non importa che Lei non ci fosse duemila anni fa. Lo abbiamo mandato a morire tutti noi. Lutero disse che tutti noi ci portiamo appresso quei chiodi. Così, visto che lo aveva già fatto prima, perché dunque non farlo di nuovo?’.

La donna smise di piangere. Mi guardò dritto negli occhi e disse: ‘Ha assolutamente ragione. Ho fatto qualcosa di ben peggiore che non uccidere il mio bambino. Il mio peccato è quello che condusse Gesù sulla Croce. Non importa che non fossi lì a piantare i chiodi, sono comunque responsabile per la sua morte. Lei capisce il significato delle sue parole, Becky? Sono venuta da Lei a raccontarle che avevo fatto la peggior cosa possibile, e Lei mi dice che ho commesso qualcosa di ancora peggiore.’

Annuii perché sapevo che era vero (non sono sicura che il mio approccio si possa qualificare tra le migliori tecniche di counseling!). Poi la donna aggiunse: ‘Però Becky, se la Croce mi dimostra che sono ben peggiore di quanto immaginassi, mi dimostra anche che la mia iniquità è stata assimilata e perdonata. Se la cosa peggiore che ogni uomo possa fare è uccidere il figlio di Dio, e se questo può essere perdonato, allora come può qualsiasi altra cosa, persino il mio aborto, non venir perdonata?’. Non dimenticherò mai lo sguardo nei suoi occhi mentre piena di ammirazione disse piano: ‘Quando si dice grazia meravigliosa’.

Pianse, questa volta non di dolore, bensì di sollievo e gratitudine. Vidi questa donna letteralmente trasformata dalla genuina comprensione della Croce”. [7]

Il perdono dei peccati è una preoccupazione critica. Il più grande dei teologi puritani inglesi, John Owen, scrisse a riguardo un trattato che è ancora un classico. L’esposizione del Salmo 130 prende più di trecento pagine, malgrado il salmo sia lungo soltanto otto versetti. La prefazione del curatore ci aiuta a capire le circostanze da cui nacque l’opera. Pare che da giovane Owen avesse soltanto una consapevolezza superficiale del perdono di Dio “finché il Signore si compiacque di offrirmi una dolorosa malattia che quasi mi portò alla tomba e che opprimeva la mia anima di terrore e oscurità; Dio però nella sua magnanimità sollevò il mio spirito con una potente applicazione del Salmo 130,4 da cui ricavai speciale istruzione, pace e conforto, portandomi verso Dio per mezzo del Mediatore, e alla predicazione subito dopo la mia guarigione”. [8]


Il Salmo 130,4, come abbiamo visto in precedenza, mostra che il timore del Signore è la naturale conseguenza dell’accettazione del suo perdono. Quando siamo giovani e sani, altri problemi ci sembrano molto più importanti. Ma quando i nostri occhi si aprono sulla questione dell’eternità, sapere che siamo realmente perdonati renderà insignificante tutto il resto.

La santificazione per mezzo di Cristo

La giustificazione mette in moto quel processo chiamato santificazione, per il quale noi diveniamo sempre più simili a Gesù.

La giustificazione, pur lasciandoci perdonati e amati, non fa tuttavia nulla per il nostro carattere. Siamo ancora gli stessi sciagurati che eravamo prima che Dio ci salvasse. Sarebbe tragico se Dio ci lasciasse a noi stessi. Non cresceremmo mai, non cambieremmo mai, non miglioreremmo mai. Per fortuna, nonostante Dio ci ami per quello che siamo, ci ama troppo per lasciarci dove siamo.

Centrale alla dottrina della giustificazione è la verità che siamo uniti con Gesù Cristo. Nel suo libro intitolato Men Made New (Uomini rinnovati), John Stott scrive la seguente osservazione:

Il grande tema di Romani 6, in particolare dei versetti 1-11, è che la morte e resurrezione di Gesù Cristo sono non soltanto fatti storici e dottrine fondamentali, ma personali esperienze del credente cristiano. Si tratta di eventi ai quali noi stessi siamo partecipi. Tutti i cristiani sono stati uniti con Cristo nella sua morte e resurrezione. Inoltre, se è vero che siamo morti con Cristo e risorti con Cristo, è inconcepibile che dobbiamo continuare a vivere nel peccato. [10]

Forse avete reagito a scoppio ritardato nel leggere la parola “inconcepibile”. Molti di noi trovano inconcepibile che si possa eventualmente continuare a vivere fuori dal peccato. Trionfare sul peccato è davvero possibile?

Qui abbiamo due risposte comuni. Alcuni dicono che i cristiani possono aspettarsi una vita di vittoria nell’aldilà, ma dovrebbero mirare basso nel presente. Altri hanno avuto una liberazione dal peccato tanto straordinaria da considerarsi praticamente immuni a esso. Entrambi gli estremi sono ben fuori misura. Anche se applicare l’insegnamento richiede un certo sforzo spirituale, abbiamo nel sesto capitolo di Romani tutto quel che ci occorre per rigare dritto.

“Che cosa diremo, dunque?”, domanda Paolo (v.1). “Continueremo a peccare, affinché abbondi la grazia?”.

Egli anticipa tale domanda perché qualche versetto prima aveva detto: “Ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata” (Romani 5,20). Sapeva bene che questa affermazione avrebbe portato taluni a pensare: “Se Dio si glorifica nel perdonare il peccato e se la grazia si accresce in proporzione al peccato, perché non peccare tanto più? Ci sarebbe quindi più grazia e Dio ne ricaverebbe maggior gloria!”. Che deduzione tarata e distorta. Il fatto che persino Paolo ne abbia parlato in quel modo mostra come il suo vangelo sia stato soggetto ad abusi. Val la pena comunque di notare che Paolo non ritratta, né cambia la dottrina. Se il vangelo è predicato correttamente, sarà sempre soggetto a questo tipo di malinterpretazione.

Paolo rifiuta con veemenza il proprio suggerimento che la grazia conduca a peccare ulteriormente: “Niente affatto! Noi che siamo morti al peccato, come vivremo in esso?” (Romani 6,2, dalla versione inglese di Cranfield).

La nostra morte al peccato, come Paolo spiega nei versetti seguenti, è compresa nella nostra unione con Cristo crocifisso. Quando abbiamo creduto in Gesù, ci siamo uniti a lui. È avvenuta una transazione di fede in cui saremo per sempre considerati “in Cristo”, ovvero congiunti a lui spiritualmente. Questa unione è simboleggiata dal battesimo. Allorché Gesù morì, fu seppellito e risorse a nuova, più potente vita, noi pure morimmo con lui, fummo seppelliti con lui dal battesimo e risorgeremo nuovi a nuova vita.

La naturale e più vicina analogia con tale unione è il matrimonio. Mia moglie Clara e io condividiamo l’identità (portiamo entrambi lo stesso cognome) e siamo uniti in cuore, mente e corpo. Condividiamo le nostre risorse, tutto ciò che è mio, è anche suo e viceversa. Ne consegue che siamo entrambi più ricchi (ma qui è dove l’analogia risulta debole, noi ricaviamo benefici non reciproci dalla nostra unione con Cristo). Clara e io portiamo anelli che simboleggiano la più profonda verità del nostro essere una sola persona. Ma proprio come il mio anello non mi rende sposato, così il battesimo non mi rende cristiano, questo consegue dal fatto dalla transazione di fede. Che cosa significa esattamente essere morti al peccato? Sono morto al peccato nel senso che la colpa e la pena legate al peccato (morte) non pendono più sul mio capo. Però, oltre a questo, la mia relazione con il peccato è stata radicalmente cambiata. Prima di essere giustificato non potevo fare a meno di peccare. Ora invece non sono più dominato dal peccato. La relazione padrone-schiavo che una volta esisteva è adesso terminata per sempre. Notate il linguaggio usato in Romani 6,12-14: “Non regni quindi il peccato… Non prestate le vostre membra al peccato… Il peccato non avrà più potere su di voi”. Questo è il linguaggio della schiavitù e Paolo dice che non serve più. I nostri obblighi verso il peccato sono finiti con la morte.

La nostra morte al peccato per mezzo della nostra unione con Cristo ha enormi conseguenze. Qualsiasi problema o abitudine o ricordo od ostacolo che ora influiscono sui vostri pensieri e azioni non dovranno mai più farlo. Si può resistere a essi e vincerli. La persona che un tempo dominavano – il vostro vecchio Io – è morta. Questi impulsi peccaminosi non sono più i vostri padroni.

Molto tempo prima che qualcuno mettesse in giro il detto che al mondo ci sono soltanto due tipi di persone (per esempio, chi è ricco e chi vorrebbe esserlo), John Owen aveva compilato una sua classifica. Egli distingueva tra coloro che erano dominati dal peccato e coloro che pensavano di esserlo. Un pastore aveva di conseguenza due principali responsabilità, come Owen illustra con il linguaggio dell’epoca:

  1. Convincere quelli, di cui palesemente il peccato è signore, che tali sono il loro stato e la loro condizione.
  2. Persuadere alcuni altri che il peccato non è loro padrone, pur esso agendo senza requie in loro come tale, in guerra contro le loro anime; poiché se ciò non viene fatto, è impossibile per loro gioire di vera pace e conforto in questa vita. [12]

Ho avuto spesso il privilegio di vedere come le persone superino vecchi problemi e vizi inveterati tramite lo studio e l’applicazione diligenti di Romani 6. Non dobbiamo più rimanere santi prigionieri. Una volta resi consapevoli della nostra unione con Cristo nella sua morte e resurrezione, vedremo che egli ci ha spalancato le porte della nostra liberazione.


Discussioni di gruppo

  1. Ripensate alla descrizione iniziale del santo prigioniero. Che cosa simboleggia la prigione? Qual è la chiave?
  2. Quale conflitto interiore potrebbe aver eventualmente impedito a uno schiavo di rispondere al Proclama di emancipazione di Lincoln? Che cosa potrebbe impedire a un cristiano di cogliere la propria libertà in Cristo?
  3. Qual è la cosa più grande che mai riceveremo da Dio?
  4. Quali emozioni pensate che la gente abbia provato quando fu annunciata la pace alla fine della seconda guerra mondiale? La vostra pace con Dio provoca in voi simili emozioni?
  5. Secondo l’autore, qual è il bisogno più grande dell’uomo?
  6. Leggete la storia di Simone il Fariseo e della peccatrice in Luca 7,36-50. Qual è la principale differenza tra i due? Con quale di loro vi identificate di più nel vostro atteggiamento verso Gesù?
  7. Vi ha toccato la storia della donna che aveva abortito? In che modo?
  8. Quali atteggiamenti o azioni potrebbero dimostrare che qualcuno ha una comprensione superficiale del perdono?
  9. Che cosa significa essere uniti con Cristo nella sua morte? Quali ne sono le conseguenze?


Letture raccomandate

Men Made New di John R.W. Stott (Grand Rapids, MI: Baker Book House, 1966)

The Atonement di Leon Morris (Downwers Grove, IL: InterVarsity Press, 1984)

The Glory of Christ di Peter Lewis (Chicago, IL: Moody Press, 1997)


Note
1.↑ William S. Plumer, The Grace of Christ (Philadelphia, PA: Presbyterian Board of Publication, 1853), pp. 201–02.
2.↑ Ibid., p. 230.
3.↑ John R.W. Stott, Men Made New (Grand Rapids, MI: Baker Book House, 1966, 1991), pp. 9–10.
4.↑ D. Martyn Lloyd-Jones, Romans: Assurance, Chapter Five (Grand Rapids, MI: Zondervan Publishing House, 1971), p. 10.
5.↑ R.C. Sproul, The Holiness of God (Wheaton, IL: Tyndale House Publishers, 1985), p. 193.
6↑ Sinclair Ferguson, Christian Spirituality (Reformed View), Donald Alexander, a cura di (Downers Grove, IL: InterVarsity Press, 1988), p. 57.
7.↑ Rebecca Pippert, Hope Has Its Reasons (New York: HarperCollins Publishers, Inc., 1989), pp. 102–104.
8.↑ John Owen, Works, Vol. VI (Carlisle, PA: The Banner of Truth Trust, 1967), p. 324.
9.↑ Oswald Chambers, My Utmost for His Highest (New York: Dodd, Mead & Company, 1963), p. 325.
10.↑ John R.W. Stott, Men Made New, p. 30.
11.↑ J.C. Ryle, Holiness (Hertfordshire, England: Evangelical Press, 1879, 1979), p. 29.
12.↑ Sinclair Ferguson, Christian Spirituality (Reformed View), p. 58.