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Di Jon Bloom su Il Dare
Una parte della serie Tabletalk

Traduzione di Marta Casara

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Quando si arriva al punto in cui ministero evangelico e denaro si mescolano, noi che svolgiamo il ruolo di responsabili di chiese, o che siamo ministri ausiliari, dobbiamo avere ben fermo nei nostri cuori il timor di Dio. Mettiamo in gioco il paradiso e l'inferno, quando raccogliamo, spendiamo e conserviamo il denaro, perché il modo in cui lo gestiamo può dare lustro al Vangelo oppure oscurarlo.

L'amore per il denaro è duramente criticato del Nuovo Testamento: Gesù e gli apostoli hanno per lo più cose negative da dire sulla ricchezza, salvo che essa non venga elargita. Nei Vangeli, sia nei suoi insegnamenti sia nelle sue chiamate al discepolato, Gesù è implacabile nei confronti della ricchezza. Negli Atti e nelle Epistole, veniamo più volte messi in guardia, e ce ne vengono forniti tristi esempi, sul fatto che l'amore per il denaro "è la radice di tutti i mali" (1Ti 6,10).

E questo per un valido motivo. Il denaro può essere un rivale di Dio nei nostri affetti. Gesù lo ha detto con chiarezza: "voi non potete servire a Dio e a mammona." (Mt 6,24). Entrambi ci fanno promesse ed entrambi rivendicano su di noi i loro diritti. Ameremo l'uno e odieremo l'altro. Possiamo avere un solo vero amore. La bocca può mentire, ma le emozioni non lo fanno mai: il nostro cuore è sempre con il nostro tesoro.

Ecco perché quando Gesù invitava le persone a seguirLo, ciò spesso includeva il sacrificio della loro sicurezza economica. Era una chiamata a dare a Dio il posto che la ricchezza aveva occupato nei loro cuori. Gesù non glorificava la povertà. Gesù offriva un tesoro molto più grande e gratificante, che è Dio stesso e tutta la gioia sconvolgente e le delizie della Sua presenza (Sal 16,11).

È questo anche il motivo per cui quando Gesù inviò inizialmente i Suoi discepoli ad annunciare il Vangelo, li istruì a non richiedere denaro, né per predicare, né per svolgere il loro ruolo di mediatori con il potere del Regno. "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date." (Mt 10,8). Il suo scopo era non solo quello di insegnare ai discepoli a vivere con fede nella legge di Dio, ma anche quello di chiarire che il loro modo di predicare il Vangelo alle genti poteva diventare un riflesso dello stesso Vangelo.

Il Vangelo che i discepoli di Gesù dovevano proclamare era l'offerta del perdono dei peccati, la riconciliazione con Dio e la vita eterna, ottenuti tramite la fede in Gesù Cristo, senza opere della legge o qualsiasi altro tipo di pagamento a Dio (Ro 3,28). Tutto era destinato a magnificare la gloria della libera grazia del Signore. Pertanto, qualsiasi tipo di pagamento per ascoltare il Vangelo, o per ricevere i benefici del Regno di Dio, avrebbe distorto completamente il messaggio della buona novella. Avrebbe trasformato in breve tempo la chiesa in un covo di ladri. Era cruciale che ci fosse una corrispondenza tra il modo con cui il messaggio veniva comunicato e il messaggio stesso.

Proprio per questo motivo Paolo lavorò così duramente per far sì che la predicazione del Vangelo ai suoi ascoltatori fosse gratuita. Doveva combattere i distorsori del Vangelo, i falsificatori della parola di Dio (2Co 2,17) che avevano capito come rendere la devozione religiosa una fonte di grande guadagno (1Ti 6,55). Egli decise anche di rinunciare a metodi legittimi per guadagnarsi da vivere con il Vangelo (1Co 9,14), al fine di evitare ogni erronea interpretazione dei suoi moventi. Decise così di sopportare “ogni cosa per non porre alcun ostacolo all'evangelo di Cristo" (1 Co 9,12).

Se fare mercimonio della parola di Dio era un problema all'epoca di Paolo, ai nostri giorni è una vera epidemia, specialmente nella ricca chiesa dei paesi occidentali. Siamo un mercato multimiliardario: qui c'è davvero da farsi i soldi. E questo costituisce un pericolo per il Vangelo.

Ed è per questo motivo che quanti di noi sono responsabili di chiese e i ministri evangelici devono riflettere con devozione e prestare un'attenzione straordinaria ai modi in cui parliamo di denaro, alla maniera in cui lo gestiamo e lo utilizziamo. È in gioco qualcosa di molto più importante di un aspetto che riguarda meramente la legalità o l’etica. È in gioco il Vangelo stesso.

Quindi, per il bene del Vangelo, uniamoci al Signore Gesù e agli apostoli nelle seguenti decisioni:

Stabiliamo, dunque, di mostrare con i nostri stili di vita che è Dio il nostro tesoro e non il denaro. La comunicazione intesa come messaggio inizia con noi. Non esiste una formula prestabilita per raggiungere quest’obiettivo, che è diverso in ogni organizzazione e in ogni singola esistenza. Noi non ci giudicheremo l'un l'altro (Ro 14,4), ma lasceremo che siano le nostre vite a dimostrare che ciò che cerchiamo è, innanzitutto, il Regno.

Stabiliamo, quindi, di essere spietatamente trasparenti nelle nostre operazioni finanziarie. Che non ci sia alcun dubbio sul fatto che possiamo nascondere qualcosa.

Stabiliamo di sopportare qualsiasi cosa al fine di eliminare gli ostacoli al Vangelo. E poiché l'amore per il denaro nel Nuovo Testamento, e per tutta l'età della Chiesa, ha dimostrato di essere un ostacolo mortale, cerchiamo quanto più possibile di mettere il Vangelo gratuitamente a disposizione del mondo. Non chiediamoci: "Qual è il nostro diritto?" o "Che cosa è legittimo?". Ma con Paolo diciamo: "Qual è dunque il mio premio? Questo: che predicando l'evangelo, io posso offrire l'evangelo di Cristo gratuitamente, per non abusare del mio diritto nell'evangelo." (1Co 9,18).

È un'opera meravigliosa dello Spirito nel nostro tempo che il messaggio del Vangelo sia ancora spiegato, amato e difeso: è un'altra gloriosa riforma della chiesa. E mentre ciò accade, preghiamo e lavoriamo vigorosamente per assicurarci che il ruolo che il denaro gioca nella nostra predicazione di questo messaggio inestimabile mostri anche la gloriosa libera grazia di Dio.