Andiamo con Gesù portando la sua umiliazione

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English: Let Us Go With Jesus Bearing Reproach

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Di John Piper su l'Afflizione
Una parte della serie Hebrews

Traduzione di Marzia Nicole Bucca

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Ebrei 13:12-16

Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, soffrì fuori della porta della città.13 Usciamo quindi fuori dall'accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio. 14 Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura. 15 Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome. 16 Non dimenticate poi di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace.

Indice

Uscire dalle proprie zone di comfort e andare incontro a chi ha bisogno

Il senso della Lettera agli Ebrei 13:12-16 appare forte e chiaro: cristiani, uscite dalle vostre zone di comfort e andate incontro a chi ha bisogno! Uscite dalle vostre zone di comfort e andate incontro a chi ha bisogno!

Il messaggio centrale ci viene rivolto al versetto 13: "Usciamo quindi fuori dall'accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio." Ovvero, avanziamo con Gesù verso chi ha bisogno, uscendo dalle nostre zone di comfort. Il mandato pronunciato al versetto 13 si basa sulla morte di Gesù, sul modo in cui si è verificata e sul suo scopo. Al versetto 12 si legge: "Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il Suo stesso sangue [ecco lo scopo della sua morte] soffrì fuori della porta della città [il modo in cui è avvenuta]." "Usciamo quindi fuori dall'accampamento e andiamo a lui..." In altre parole ci dice: "Cristiani, unitevi a Gesù nella sua sofferenza! " Poiché Gesù ha sofferto fuori della porta della città, uscite fuori dall’accampamento delle vostre sicurezze, delle cose facili e familiari e siate disposti a portare la sua stessa umiliazione assieme a Lui sulla via del Calvario. E poiché Egli è morto affinché voi foste santificati, non per spirito di parte o per vanagloria; fatelo nella forza e nella santità che Cristo, morendo, ha conquistato per voi. Altrimenti non sarà un atto di fede ma un atto di eroismo e la gloria sarà vostra, non di Cristo, e Dio non se ne compiacerà, poiché senza fede è impossibile piacergli (11:6).

Allora il significato fondamentale è: cristiano, dopo che Egli ha compiuto un tale sacrificio per la tua salvezza, ecco come dovresti vivere: esci dalle tue zone di comfort e vai incontro a chi ha bisogno.

Ora so che qualcuno potrebbe seguire quest’esortazione in modo sbagliato. Qualche donna nubile potrebbe dire "Va bene, cercherò l’uomo più debole e bisognoso che c’è e lo sposerò perché potrei fargli del bene." Oppure qualche giovane professionista potrebbe dire "Va bene, troverò l’azienda più instabile e finanziariamente più debole nel settore dell’informatica e cercherò di farmi assumere nella speranza di aiutarli a capovolgere le sorti del loro commercio." Oppure se la vostra macchina avesse bisogno di essere riparata, potreste dire "Ecco, cercherò quel meccanico che è talmente incompetente da essere sull’orlo del fallimento e gli porterò la mia auto, così potrò aiutarlo." "Tutto questo per metterti in mostra; esci dalle tue zone di comfort e vai incontro a chi ha bisogno."

La chiamata radicale di Gesù

Il problema è che questi modi sbagliati con cui si risponde alla chiamata di Gesù non sono neppure lontanamente radicali, sono soltanto dei metodi insensati. Perché presupponi di doverti sposare? Forse la chiamata di Gesù ad uscire dalle proprie zone di comfort e andare incontro a chi ha bisogno è la chiamata a una vita consacrata totalmente al celibato (o nubilato) in vista di un bene più grande. Forse si tratta di una chiamata all’unione matrimoniale con qualcuno che sia abbastanza forte e radicale da uscire fuori dall’accampamento con te, soffrire accanto a te e trarre il massimo dalla vostra vita insieme per il bene degli altri invece di sprofondare in quell’angusto pozzo nero di un’eccessiva e confortante preoccupazione per il proprio benessere che è la caratteristica di tanti matrimoni.

E perché pensi di dover trovare lavoro nel tuo paese - sia che si tratti di un’azienda stabile o meno - quando lavori simili sono disponibili in paesi in cui ci sono pochissimi cristiani e c’è un disperato bisogno della tua luce. Forse dovresti lavorare per un’azienda importante nel posto in cui ti trovi perché lì ci sono persone che muoiono o perché ci sarà la possibilità di esercitare ampiamente il tuo influsso per la diffusione dei valori del Regno e fare in modo che le tue mansioni siano a servizio della supremazia di Dio in tutte le cose.

Perché credi che sia necessario avere un’automobile? Forse la chiamata di Gesù nella tua vita consiste nel trasferirsi in un luogo e presso un popolo in cui l’auto non ti servirà - perché lì non ci sono strade, non ci sono chiese e non ci sono cristiani. Oppure dovresti avere un’auto che funziona bene cosìcche tu possa guidare instancabilmente verso chi ha bisogno, lontano dalle tue zone di comfort.

La chiamata radicale di Gesù a unirti a Lui sulla via del Calvario - ad uscire fuori dall’accampamento e portare l’umiliazione insieme a Lui -potrà sempre diventare oggetto di satira, essere ridicolizzata e fatta sembrare una stupidaggine. Queste sono vie di fuga più facili e allettanti che fanno sembrare te intelligente e Gesù un inetto. E ti permettono (per qualche illusorio anno in più) di andare avanti con quella routine scandita dal vuoto, dalla superficialità e dalla ricerca esagerata del proprio benessere che alcune persone osano definire vita. "Allora usciamo fuori dall'accampamento e andiamo a Lui portando il suo obbrobrio (versetto 13) ... perché (versetto 12) anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, soffrì fuori della porta della città." Il modo in cui è morto Gesù e il motivo della sua morte sono di fondamentale importanza per noi che siamo chiamati ad andare con lui. Il modo in cui è morto fuori della porta della città - lontano dal conforto, dalla sicurezza e dalla familiarità apparente della Città Santa, Gerusalemme - fuori della porta, sul Golgota, senza esitazione, con sacrificio e con amore. Ed il motivo per cui Egli è morto (versetto 13) è stato quello di santificare il popolo, per distinguerci dal resto del mondo, per renderci santi e amorevoli, decisi e audaci, completamente rapiti da un destino diverso da quello che questo mondo ci offre.

Cosa significa veramente ‘santificazione’?

Esaminiamo il prossimo versetto (versetto 14) per comprendere come sono queste persone santificate. Che significa veramente ‘santificazione’? Cristo è morto per la santificazione degli uomini, cioè per dare la vita a un tipo di persona che sia disposto a vedere la propria esistenza come un andare con Cristo fuori dall’accappamento e portare l’umiliazione. Com’è possibile? Cos’è accaduto a queste persone? Il versetto 14 spiega che queste persone sono disposte ad andare con Gesù sulla via del Calvario fuori dalle proprie zone di confort e incontro a chi ha bisogno, "Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura."

Che senso ha tutto questo? Il senso è che Cristo non è morto per trasformare le nostre città odierne in un paradiso. È morto affinché noi fossimo pronti a smettere di fare delle nostre vite personali un paradiso in terra - nella città in cui viviamo o da qualsiasi altra parte. In nome di quale forza? Perché siamo dei masochisti? Perché ci piace soffrire? No. Perché "cerchiamo una città futura." Capite? Al versetto 14 si legge: "Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura." Il motivo per cui doobiamo uscire fuori dall’accampamento - andando incontro a chi ha bisogno, fuori dalle nostre zone di comfort, portando l’umiliazione e prendendoci cura degli altri - è perché c’è una città futura, "la città del Dio vivente" (Ebrei 12:22), una città migliore di tutto quanto questo tempo ci offre, che durerà per sempre e dove, cosa più importante, ci sarà Dio, incorruttibile nella sua gloria (12:23).

È questo un tema che ricorre continuamente nella Lettera agli Ebrei. L’abbiamo visto al punto 10:34 quando i cristiani, visitando i carcerati, sono andati incontro a chi aveva bisogno uscendo dalle proprie zone di comfort. Si legge nella Lettera agli Ebrei che,quando lo scotto da pagare fu l’essere privati delle proprie sostanze, questi cristiani l’accettarono con gioia "sapendo di possedere beni migliori e più duraturi" - stavano cercando una città che deve ancora venire, non il benessere e il paradiso in terra. Così questi cristiani andarono incontro a chi aveva bisogno, fuori dalla proprie zone di comfort.

Abbiamo incontrato questo tema anche al punto 11:25-26 in cui Mosè va incontro a chi ha bisogno, fuori dalla sue zone di comfort, "preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio che godere per breve tempo i piaceri del peccato; stimando gli oltraggi di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto." Con quale potere? Ce lo dice il versetto 26: "perché aveva lo sguardo rivolto alla ricompensa" - cioé stava cercando la città futura.

L’abbiamo ritrovato al punto 12:2 che Gesù si mosse verso chi ha bisogno e fuori dalla sua zona di comfort quando "egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia." Come? Con quale potere? Il versetto 2 ci dice che Gesù lo fece per la gioia che gli era posta dinanzi, cioé aveva lo sguardo fisso verso la città futura.

Questo tema ritorna anche al punto 13:5-6 in cui i cristiani, non permettendo al denaro di dominare le loro vite ed essendo contenti con quello che hanno, escono dalle proprie zone di comfort e vanno incontro a chi ha bisogno. Come? Con quale potere? Il versetto 5 ci dice: “Perché [Dio] ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò». Così noi possiamo dire con piena fiducia:«Il Signore è il mio aiuto; non temerò. Che cosa potrà farmi l'uomo?»" - Sono e sarò sempre al sicuro, custodito da Dio. Sono un abitante della città futura e nulla potrà separarmi da essa. Allora andrò incontro a chi ha bisogno e uscirò fuori dalle mie zone di comfort.

Dunque il tema della Lettera agli Ebrei 13:14 viene riconfermato continuamente: Cristo non è morto per trasformare le nostre città odierne–o i nostri quartieri- in un paradiso. Egli è morto affinché noi fossimo pronti a smettere di provare a fare delle nostre vite un paradiso in terra - tanto nelle città quanto nei quartieri, ma che fossimo pronti ad uscire con Gesù fuori dalla nostra zona di comfort, ad allontanarci da ciò che è familiare e sicuro e andare incontro a chi ha bisogno dove Lui ci dirà "oggi (nel giorno della tua morte) tu sarai con me in paradiso" (Luca 23:43). Andiamo incontro a chi ha bisogno, fuori dalle nostre zone di comfort, perché siamo alla ricerca di una città futura. Cristo è morto affinché nascesse il frutto di una fiducia totale in un futuro glorioso con Dio e quando questa fiducia s’impadronirà di te, sarai santificato (versetto 12) e con Gesù andrai incontro a chi ha bisogno fuori dalle tue zone di comfort.

Una vita di lode a Dio e amore per il prossimo

Proviamo ad essere più precisi. Cosa implica una vita fuori dalle proprie zone di comfort che va incontro a chi ha bisogno - una vita fuori dall’accampamento e sulla via del Calvario, andando incontro alla sofferenza con Gesù per la gioia che è posta dinanzi a noi nella città futura? I versetti 15 e 16 ci offrono due risposte.

Il versetto 15 dice che è una vita di lode a Dio - lode vera, sentita, pronunciata a voce - quel tipo di lode che fuoriesce dalla tua bocca come un frutto e che sgorga in abbondanza dal tuo cuore. Il versetto 15: "Per mezzo di Lui [Gesù], dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che rendono grazie [letteralmente: confessano] il Suo nome."

Il versetto 16 parla di una vita di amore per il prossimo - partecipando praticamente e realmente con la propria vita al bene degli altri: "Non dimenticate poi di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace."

In altre parole, quando andiamo con Gesù fuori dall’accampamento verso il luogo del suo sacricifio, ci è più chiaro che mai che il suo sacrificarsi per noi - il suo offrirsi, una volta per tutte, per i peccati di molti (Ebrei 9:26, 28) - annulla tutti gli altri tipi di sacrificio ad eccezione di due: il sacrificio di lode a Dio (versetto 15) e il sacrificio di amore verso il prossimo (versetto 16).

Dunque eccoci qui fuori dall’accampamento sulla via del Calvario con Gesù, portando l’obbrobrio e andando incontro a chi ha bisogno, fuori dalle nostre zone di comfort - ma che via è questa? Dove porta? È la tua strada? Bisogna partire adesso? Questa settimana? Quest’anno? Forse è la via che porta a digiunare e a pregare per le popolazioni non evangelizzate che vivono nelle regioni geografiche più povere e più popolate al mondo (nella cosiddetta ‘finestra 10/40’), oppure è la via che porta all’entrata del Ministero e all’impegno verso gli orfani ucraini, o è la via che porta alla nuova sede della clinica abortista del vostro quartiere per aiutare Sara, Naomi e le altre a difendere la vita, forse è la via che conduce alla casa dei nostri confratelli e di tutti gli altri che si trovano sulla soglia dell’eternità, oppure è la via che conduce a pagina 18 del Prayer Journal for the Persecuted Church [Rivista di preghiera per la Chiesa perseguitata] affinché tu possa trovare delle agenzie che ti diano strumenti pratici per prenderti cura dei cristiani nel mondo che soffrono a causa della loro fede, forse è la via che porta ad un telefono e a fare quella telefonata difficile in cui chiedi a quel tuo amico che si è smarrito di riavvicinarsi a Gesù, •oppure è la via che porta a quel tuo vicino di casa che, tu sai, sta morendo senza Dio.

La via del Calvario verso chi ha bisogno, fuori dalle proprie zone di comfort, porta a migliaia di luoghi diversi di amore e lode.

Dio usa il versetto 13:13 della Lettera agli Ebrei per scuotervi e liberarvi

La mia preghiera questa mattina è che tra voi giovani che non avete ancora un percorso già fissato, tra voi anziani che siete andati in pensione ma avete ancora energia e tanto tempo libero, e tutti voi che appartenete a quella ‘generazione di mezzo’ che avete voglia di sfruttare ogni occasione e fare della vostra vita qualcosa di completamente diverso come è già stato fatto nel corso degli anni da altri membri di questa chiesa, sia single che sposati - la mia preghiera è che tra di voi Dio si serva delle parole della Lettera agli Ebrei 13:13 per scuotervi alle fondamenta, per sganciarvi dal luogo in cui vi trovate e farvi andare incontro a chi vive in altre parti del mondo e non è stato ancora raggiunto dal vangelo della gloria e della grazia di Dio in Gesù Cristo. So che questa non è la settimana dedicata alle Missioni, ma questo è il messaggio che questo brano mi trasmette oggi per alcuni di voi.

Questa mattina centinaia di migliaia di cristiani nel mondo rischiano la vita per il solo fatto di essere cristiani. Sappiamo dal brano dell’Apocalisse 5:11 che il motivo per cui Cristo è uscito dall’accampamento e ha sofferto è stato quello di riscattare gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione. E se questa è la ragione, allora quale dev’essere il significato di quanto si legge al punto 13:13 della Lettera agli Ebrei: "Usciamo quindi fuori dall'accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio"? Per molti di noi il significato non può essere che questo: Lascia l’accampamento! Lascia l’accampamento! Lascia l’accampamento comfortevole della Betlemme. Lascia l’accampamento agiato della tua città. Lascia un lavoro comodo e sicuro. Unisciti a Gesù sulla via del Calvario, lascia le tue zone di comfort e vai incontro a chi ha bisogno.

Dai sette esempi che vi ho mostrato avete visto che non è necessario andare in capo al mondo per mettere in pratica le parole della Lettera agli Ebrei. Ma ascoltate: Cristo ha sofferto fuori dall’accampamento per la salvezza dei popoli, centinaia dei quali non hanno una chiesa, né libri, né missioni che possano anche solo annunciare loro la notizia che Cristo è venuto in questo mondo per salvare i peccatori. Allora voglio insistere su questo punto: Ebrei 13:13 è una chiamata ad andare incontro a chi ha bisogno e ad allontanarsi dalle proprie zone di comfort. E questa domenica questo bisogno urla a gran voce nelle mie orecchie ed è la mancanza di persone nei luoghi in cui i cristiani muoiono a causa delle persecuzioni e nei luoghi in cui muoiono i peccatori perché non ci non sono cristiani disponibili al sacrificio.

Perciò vi esorto, che abbiate otto, diciotto, trentotto o ottant’anni, quando pensate al vostro futuro fatelo pensando al versetto 13:13 della Lettera agli Ebrei: "Usciamo quindi fuori dall'accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio."

Noi non andiamo soli

Consacriamo ora il nostro impegno cantando We rest on Thee [Confidiamo in te], l’ultimo inno del vostro foglio liturgico. Molti di voi sanno che c’è una storia dietro quest’inno la quale, in questo momento, gli fà assumere un significato speciale. Nel gennaio 1956 i missionari Jim Elliot, Pete Fleming, Ed McCully, Nate Saint e Roger Youderian furono uccisi in Ecuador mentre, noncuranti del proprio benessere, andavano incontro al bisogno degli indigeni Auca (oggi Huaorani). Il titolo del capitolo sedicesimo del libro, scritto da Elisabeth Elliot, che racconta il martirio di questi missionari è proprio un verso di questo inno: "Noi non andiamo soli."

Poco prima di essere uccisi su quel lembo di terra di Palm Beach i cinque missionari avevano cantato questo inno. Scrive Elisabeth Elliot:

Giunti al termine delle loro preghiere i cinque giovani cantarono uno dei loro inni preferiti, We Rest on Thee, sulle emozionanti note del Finlandia[1]. Ed e Jim lo cantavano fin dai tempi del college e conoscevano tutte le strofe a memoria. Sull’ultima strofa le loro voci risuonarono con profonda convinzione: Confidiamo in Te, tu sei il nostro scudo e la nostra difesa / Tua è la battaglia, tua sarà la lode; / Quando attraverseremo le porte dello splendore di perla / Trionfanti, riposeremo con Te, eternamente.

Con questa sicurezza, essi andarono incontro a Gesù fuori dall’accampamento, andarono incontro a chi aveva bisogno, fuori dalle proprie zone di comfort, e trovarono la morte. Il motto di Jim Elliot si è rivelato essere veritiero: "Non è uno stupido chi perde ciò che non può tenere per guadagnare ciò che non perderà mai." "Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura." (versetto 14).

Vi invito a cantare quest’inno e quando pronunzierete le parole E andiamo nel Tuo nome fatelo con convinzione e siate pronti ad andare.

  1. Nota del traduttore: poema sinfonico di Sibelius