Ecco l’Uomo sulla Croce

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English: Behold the Man Upon the Cross

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Di Jon Bloom su Santificazione e Crescita

Traduzione di Cecilia Lolli

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Un uomo crocifisso su di una croce di legno, con tasselli a trapassargli mani e piedi.

Questa immagine è la più diffusa e sentita nella storia dell’umanità. Nei due millenni, miliardi di persone la hanno venerata. Svariate migliaia di artisti la hanno raffigurata. Svariati milioni di individui hanno installato queste raffigurazioni nelle loro case, portate con sé nelle loro tasche, indossate al collo e alle orecchie, persino tatuate sulla propria pelle. L’immagine di un uomo morente.

Morente è dir poco, poiché l’uomo viene giustiziato. Per crocifissione, oltretutto. Non vi sembra una cosa strana? L’immagine più nota di tutti i tempi è quella di un uomo nella tremenda agonia della pena di morte, inflitta secondo uno dei metodi più barbari e mostruosi mai escogitati da menti perverse. Segno di scarsa sanità mentale o morale, questa ossessione per la morte violenta e la tortura, per non parlare dell’abitudine di indossare quella figura come un gioiello. È un fenomeno insolito.

Come mai molti si lasciano suggestionare dall’immagine di Gesù morente? Perché ci coinvolge personalmente? Perché finiamo assorbiti da quel preciso istante che è la sua più profonda umiliazione, dopo essere stato tradito e abbandonato da coloro che gli erano vicini, accusato e condannato dai potenti che lo opprimevano, deriso da coloro che si erano radunati alla macabra esposizione della sua morte?

Vogliamo davvero ricordarlo così? È questo il momento più commemorato in secoli di storia? Che cosa dice di noi come popolo?

Indice

Commemorazione morbosa

La questione è importante. Non è il tipico modo con cui i popoli hanno onorato la figura dei più grandi eroi martiri della loro storia.

Pensaci. Quanti, tra i più iconici monumenti ai valorosi caduti, alle vittime tra i civili, sono raffigurazioni visive delle loro morti violente?

Perché non tappezziamo le nostre case e le nostre scuole con il volto incorniciato di Abraham Lincoln o di Martin Luther King Jr. che mostri ferite letali alla testa? Nell’Antica Grecia, perché gli scultori non creavano statue di Socrate nella lenta morte per avvelenamento da cicuta? Perché i più suggestivi ritratti di William Wallace, eroe scozzese, non lo mostrano sventrato? Perché il Mahatma Gandhi senza il proiettile nel petto? Perché i nostri monumenti ai caduti non sono immagini di cadaveri scomposti?

Gesù non è forse morto per poi risorgere? Non è forse la chiave della vicenda e la vera speranza del popolo cristiano, la risurrezione? La sua morte sulla croce non era forse il preludio di un’apparente sconfitta, ribaltata poi con la fuga dal sepolcro? Perché non è mai presente una raffigurazione del sepolcro vuoto nel presbiterio delle nostre chiese? Perché non trova posto a ornamento delle nostre case o del nostro collo? Perché abbiamo scelto di commemorare il terribile atto della crocefissione, così raccapricciante alla vista, tanto rivoltante da farci svenire?

È il nostro popolo a essere insolito, oppure lo sono le circostanze della morte di Gesù.

Gesù voleva essere ricordato così

Se ci distinguiamo dagli altri popoli per aver fatto della morte atroce di Gesù la chiave della nostra commemorazione pubblica e privata, è perché Gesù stesso ci ha resi così. Così lui voleva essere ricordato.

Prima del triste evento, «Gesù cominciò a dichiarare ai suoi discepoli che era necessario per lui andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, essere ucciso e risuscitare il terzo giorno», (Matteo 16:21). La sua morte era necessaria.

Diceva anche, «ed io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me». (Giovanni 12:32). Per essere sicuro di farsi capire, Giovanni scrive «Or egli diceva questo, per indicare di qual morte egli doveva morire». (Giovanni 12:33). Con la crocefissione avrebbe attirato tutti a sé.

Inoltre, nella notte in cui Gesù fu tradito e abbandonato, accusato e condannato, durante l’Ultima Cena, creò quella tradizione che avrebbe aiutato i suoi discepoli a ricordare ciò che stava per succedere. Spezzò il pane, simbolo del suo sacrificio, e lo diede loro dicendo «questo è il mio corpo, che è dato per voi». Versò poi il vino e disse, «questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è sparso per voi». Poi disse «fate questo in memoria di me». (Luca 22:19-20). La sua morte era ciò che più voleva farci commemorare.

Infine, Gesù risorto affermò in una frase perché la sua morte era necessaria e avrebbe attirato una folla: «Così sta scritto, e così era necessario che il Cristo soffrisse e risuscitasse dai morti il terzo giorno e che nel suo nome si predicasse il ravvedimento e il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme». (Luca 24:46–47)

Dio ama così tanto il mondo, da sacrificare il suo unigenito figlio, Agnello di Dio, che con il suo sacrificio, voluto e necessario, toglie i peccati del mondo, perché senza spargimento di sangue non c’è il perdono dei peccati. Dunque, chi crede nel Figlio non perirà, ma avrà vita eterna. (Giovanni 1:29; 3:16; Ebrei 9:22)

San Paolo Apostolo riassume il legame tra l’Ultima Cena di Gesù e il Vangelo alle nazioni: «poiché ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga». (1 Corinzi 11:26)

Noi siamo questo popolo

Che cosa dice di noi, come popolo, la fascinazione che proviamo per il crocefisso? Siamo il popolo che siamo, per una buona ragione. Un’ottima ragione. La ragione che possiamo intuire nelle poche parole che quest’uomo ha espresso nel momento della più buia desolazione, parole d’amore profferite con l’ultimo suo respiro, a nostro favore, «perdonali, o Padre». (Luca 23:34)

Coloro che vivono nel peccato necessitano il perdono, e così anche noi. (Romani 3:23)

Siamo il popolo che spera dinnanzi a Dio misericordioso, affinché possa perdonare i nostri peccati. Dio «manifesta il suo amore verso di noi in questo che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». (Romani 5:8)

Questo distingue Gesù da tutti I martiri della storia. Tutti gli altri martiri hanno dato la propria vita per una causa in cui credevano, per la quale tuttavia la loro morte non era strettamente necessaria. In tutti i casi i loro scopi potevano essere raggiunti in altri modi. Mentre la morte di Gesù era strettamente necessaria «per salvare i peccatori». (1 Timoteo 1:15). È stato un sacrificio insolito, in quanto dato dalla necessità di misericordia, morale e giustizia, per la nuova ed eterna alleanza.

Non commemoriamo la morte di Gesù a discapito della sua risurrezione, perché la morte sulla croce sarebbe stata vana senza la risurrezione. (1 Corinzi 15:12-19). I due momenti sono indissolubilmente connessi. Ecco perché la morte di Gesù è essenziale alla commemorazione che facciamo di lui. Ecco perché è il momento più celebrato nella storia. Perché noi siamo fatti così.

Ecco l’Uomo

Ecco quest’uomo sulla croce, fissati i tasselli a trapassargli mani e piedi.

È un’immagine raccapricciante, bella, tragica, e ci riempie di speranza. Nella sua figura la tortura si fa paradosso. La sua esecuzione è al tempo stesso il peggior atto di ingiustizia e il più nobile atto di giustizia, una morte atroce e tuttavia misericordiosa, l’estrema manifestazione di odio e la più nobile manifestazione d’amore.

Ecco spiegato il paradosso per cui il nostro popolo chiama Venerdì Santo la ricorrenza della morte di Gesù. Ecco perché troviamo la croce così suggestiva e impressionante. Ecco perché desideriamo cantare,

Ecco l’uomo sulla croce
Porta il peso del mio peccato.
Nella vergogna sento il mio scherno
Riecheggiare tra gli sbeffeggiatori.
Il mio peccato lo tiene fermo
Finché non si è compiuto;
Il suo ultimo respiro mi dona la vita,
Ora so che è passato. (Profondo è l’amore di Dio)