La pratica della mortificazione

Da Libri e Sermoni Biblici.

Versione delle 09:16, 2 nov 2011, autore: Paola Levante (Discussione | contributi)
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English: The Practice of Mortification

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Di Sinclair Ferguson su Santificazione e Crescita
Una parte della serie Tabletalk

Traduzione di Filadelfio Caserta


Il periodo immediatamente successivo ad una conversazione può cambiare il modo in cui, in un secondo momento, pensiamo al significato della conversazione stessa.

Un mio amico – un ministro più giovane – era seduto accanto a me e, al termine di una conferenza tenutasi nella sua chiesa, ha detto: “Prima di ritirarci stanotte, vorrei che mi illustrassi le tappe necessarie per aiutare una persona a mortificare il peccato”. Siamo rimasti seduti ancora un po’ a parlare di questo argomento e poi sono andato a letto, fiducioso che anche lui si sentisse benedetto dalla nostra conversazione quanto me. Continuo a chiedermi se mi avesse fatto quella domanda in qualità di pastore o soltanto per se stesso – o entrambe.

Quale potrebbe essere la migliore risposta alla sua domanda? La prima cosa da fare è: fare riferimento alle Sacre Scritture. Sì, fate riferimento a John Owen (non è mai una cattiva idea!), o a qualche altro consigliere che sia vivo o morto. Ma ricordate che non abbiamo soltanto le buone risorse umane sull’argomento. Abbiamo bisogno di trarre insegnamento dalla “parola del Signore” affinchè i principi che stiamo imparando ad applicare rechino con sé sia l’autorità di Dio (la pratica della mortificazione) sia la promessa di Dio sulla loro efficacia.

Ritornano alla mente numerosi passaggi da esaminare: Romani 8:13; Romani 13:8-14 (il testo di Agostino); Seconda lettera ai Corinzi 6:14-7:1; Efesini 4:17-5:21; Colossesi 3:1-17; 1 Pietro 4:1-11; 1 Giovanni 2:28-3:11. È significativo il fatto che soltanto due dei passaggi citati contengano il verbo “mortificare” (“mettere a morte”). Altrettanto significativo è che il contesto di ciascuno dei passaggi è più ampio della semplice esortazione a mettere il peccato a morte. Come vedremo, questa è un’osservazione che risulta essere di notevole importanza.

Tra i passaggi citati, Colossesi 3:1-17 è probabilmente il punto migliore da cui cominciare.

In questo caso i cristiani era relativamente giovani. Hanno vissuto una meravigliosa esperienza di conversione dal paganesimo in Cristo. Sono entrati in un mondo di grazia maestosamente nuovo e redentore. Probabilmente, – se riusciamo a leggere tra le righe - per un attimo hanno avuto la sensazione di essere stati liberati non solo dal fardello del peccato, ma quasi anche dalla sua influenza – quanto era meravigliosa la loro nuova libertà. Ma successivamente, com’era prevedibile, il peccato ha alzato nuovamente il suo orrendo capo. Dopo aver vissuto l’esperienza del “già” della grazia, adesso stavano per scoprire il doloroso “non ancora” della santificazione in atto. Suona familiare!

Tuttavia, così come accade nella nostra sottocultura evangelica di rapide risoluzioni di problemi a lungo termine, a meno che i Colossesi non fossero in possesso di una profonda conoscenza dei principi del Vangelo, in quel momento avrebbero corso dei rischi! Questo perché, proprio in questa fase, i giovani cristiani possono diventare una facile preda dei falsi maestri e delle loro promesse di una vita spirituale più intensa. Questo è ciò che San Paolo temeva (Col. 2:8, 16). I metodi per ottenere la santità andavano di moda (Col. 2:21–22) – e sembravano pervasi da una profonda spiritualità, l’ideale per i ferventi e giovani credenti. Ma, in realtà, “non hanno alcun valore contro le intemperanze carnali” (Col. 2:23). Non i nuovi metodi, ma soltanto la conoscenza degli insegnamenti del Vangelo può permettere di costruire delle fondamenta adeguate e uno schema per affrontare il peccato. Questo è il tema della Lettera ai Colossesi 3:1-17.

San Paolo ci fornisce lo schema e il ritmo di cui abbiamo bisogno. Come gli atleti olimpici del salto in lungo, non avremo successo finchè non torneremo dal punto di azione a un punto in cui possiamo guadagnare l’energia necessaria per sostenere l’estenuante sforzo richiesto per affrontare il peccato. Quindi, in che modo San Paolo ci insegna ad ottenere questo risultato?

Per prima cosa, San Paolo sottolinea l’importanza di avere familiarità con la nostra nuova identità in Cristo (3:1–4). Quante volte, dopo aver collezionato un fallimento in ambito spirituale, ci lamentiamo di aver dimenticato chi siamo veramente – i figli di Cristo. Abbiamo una nuova identità. Non siamo più “in Adamo”, ma “in Cristo”; non più nella carne, ma nello spirito; non più dominati dalla vecchia creazione ma viventi nella nuova (Rom. 5:12–21; 8:9; 2 Cor. 5:17). San Paolo impiega del tempo per spiegare questo concetto. Siamo morti con Cristo (Col. 3:3; siamo stati persino sepolti con Cristo, 2:12); siamo risuscitati con Lui e, adesso, la nostra vita si cela dietro la sua. Infatti, siamo così legati a Cristo che Esso non apparirà nella gloria senza di noi (3:4).

Spesso, il fallimento riportato lottando contro la presenza del peccato può essere dovuto all’amnesia spirituale, alla noncuranza della nostra nuova, pura e autentica identità. Come credente, io sono una persona che è stata liberata dal dominio del peccato e, quindi, mi sento libero e motivato a lottare contro le rimanenze dell’armata del peccato che sono ancora presenti nel mio cuore.

Di conseguenza, il principio numero uno è: siate consapevoli, rimanete nella vostra consapevolezza, riflettete e agite seguendo la vostra nuova identità – siete in Cristo.

Secondo, Paolo continua ad esporre l’azione del peccato su ogni aspetto della nostra vita (Col. 3:5–11). Se dobbiamo affrontare il peccato in maniera biblica, non dobbiamo commettere l’errore di pensare che possiamo limitare il nostro attacco ad una singola area di fallimento riscontrata nelle nostre vite. Il peccato va affrontato nella sua totalità. Questo è il motivo che spinge San Paolo a spaziare dalle manifestazioni del peccato nella vita privata (v. 5), nella vita pubblica di ogni giorno (v. 8) e nella vita ecclesiastica (vv. 9-11; “reciprocamente,” “qui,” vale a dire, nella comunità ecclesiastica). Il confronto con la mortificazione è simile a quello con la dieta (anch’essa una forma di mortificazione!): una volta iniziata, scopriamo che esiste ogni genere di causa per la quale siamo sovrappeso. In realtà, ci stiamo confrontando con noi stessi, e non solamente con un controllo delle calorie. Sono io il problema, non le patatine! L’atto di mortificare il peccato rappresenta un cambiamento radicale della nostra vita.

Terzo, l’esposizione di San Paolo ci fornisce una guida pratica per mortificare il peccato. A volte è come se Paolo si limitasse ad esortare (“Mettere a morte…,” 3:5) senza fornire un aiuto “pratico” per rispondere alle nostre domande sul “come?”. Al giorno d’oggi, spesso i cristiani si recano da San Paolo per chiedere consiglio su cosa fare e dopo vanno alla biblioteca cristiana locale per scoprire come mettere in pratica i suggerimenti! Perché questa biforcazione? Probabilmente perchè non ci fermiamo a riflettere abbastanza a lungo su quello che dice San Paolo. Non facciamo delle riflessioni profonde sulle Sacre Scritture. Perché, singolarmente, ogni volta che San Paolo pronuncia una esortazione, la guarnisce con una serie di suggerimenti su come metterla in pratica.

Tutto ciò è vero, non vi è alcun dubbio. Notate come questo passaggio aiuta a rispondere alla domanda sul “come?”.

1. Imparate a riconoscere il peccato per quello che è realmente. Dite pane al pane (e vino al vino) – chiamatelo “immoralità sessuale”, non “sono stato lievemente tentato”; chiamatelo “impurità”, non “Sto lottando contro il mio stile di vita”; chiamatelo “desiderio peccaminoso, cioè idolatria,” non “Credo proprio di dover riordinare meglio le mie priorità.” Questo schema attraversa la sezione proposta per intero. È incredibile la potenza con la quale esso smaschera l’illusione che ci attanagliava – e ci aiuta a smascherare il peccato che si nasconde negli angoli più reconditi dei nostri cuori!

2. Guardate il peccato per quello che è realmente in presenza di Dio. “A tal proposito, la collera di Dio si avvicina” (3:6). I maestri della vita spirituale hanno detto di trascinare le nostre bramosie (le quali danno calci e gridano, come se fossero reali) davanti alla croce, davanti a un Cristo che può placare l’ira. Il mio peccato mi porta – non a un piacere duraturo – soltanto a dispiacere il sacro divino. Osservate la vera natura del vostro peccato sotto la luce della sua punizione. Con troppa facilità pensiamo che il peccato sia meno grave tra i cristiani piuttosto che tra i non-credenti: “Sono assolto, vero?” Non se perseveri nel peccato (1 Giovanni 3:9)! Adotta una visione pura del peccato e prova vergogna per quello in cui sei incappato una volta (Col. 3:7; confronta Rom. 6:21).

3. Riconoscete l’inconsistenza del vostro peccato. Fate uscire il “vecchio uomo,” e fate entrare il “nuovo” (3:9-10). Non siete più il “vecchio uomo”. La vostra identità “in Adamo” non esiste più. Il vecchio uomo è stato “crocifisso insieme a Lui [Cristo] affinchè il corpo del peccato [probabilmente “la vita nel corpo dominato dal peccato”] potesse essere condotto verso il nulla, così non saremmo più stati schiavi del peccato” (Rom. 6:6). Gli uomini nuovi vivono una nuova vita. Qualsiasi cosa che risulti meno importante di questo fatto è una contraddizione della propria identità “in Cristo.”

4. Mettete a morte il peccato (Col. 3:5). È “facile” sia a dirsi che a farsi. Rifiutatelo, affamatelo e respingetelo. Non potete “mortificare” il peccato senza provare dolore per l’uccisione. Non c’è altro modo!

Tuttavia, notate che San Paolo inserisce il suddetto percorso in un contesto molto importante e più ampio. L’ingrato compito di mettere a morte il peccato non sarà portato a termine finchè il richiamo positivo del Vangelo, che ci chiede di “far entrare” il Signore Gesù Cristo nella nostra vita, non verrà ascoltato. San Paolo spiega questo concetto nei dettagli nelle letture dei Colossiani 3:12-17. Il limitarsi a dare una spazzata alla casa (il nostro corpo) lascia la porta del nostro cuore aperta ad un’altra invasione del peccato. Ma se capiamo il principio del “glorioso scambio” riportato nel Vangelo della grazia, allora possiamo cominciare a fare qualche significativo progresso nel cammino verso la santità. Quando i desideri e le abitudini peccaminose non vengono semplicemente rigettati, ma scambiati con grazie simili a quelle di Cristo (3:12) e con azioni (3:13); quando siamo rivestiti dell’indole di Cristo e le Sue grazie sono tenute insieme dall’amore (v. 14), non soltanto nella nostra vita privata ma anche all’interno della comunità ecclesiastica (vv. 12-16), il nome di Cristo e la gloria si manifestano e vengono esaltate dentro e tra di noi (3:17).

Questi sono alcuni degli argomenti di cui abbiamo discusso il mio amico ed io in quella notte memorabile. Non abbiamo avuto modo di rincontrarci per domandarci a vicenda “Come va?” perchè è stata la nostra ultima conversazione: il mio amico è morto alcuni mesi dopo. Spesso mi sono chiesto come ha vissuto i mesi che hanno separato la nostra ultima conversazione dalla sua morte. Ma il fervido interesse personale e pastorale per il suo quesito riecheggia ancora nella mia mente. Hanno avuto un effetto simile a quello che Charles Simeon ha espresso a parole dopo avere visto il ritratto del grande Henry Martyn che adorava di più:

“Non gingillarti!”